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La parola all’esperto: Daniela Ventrelli racconta “Il Vaso di Fineo” e Brighella!

Terzo appuntamento con La parola all’esperto, rubrica del Museo Nazionale Jatta in cui studiosi, ricercatori e docenti ci conducono alla scoperta di dettagli e storie dei reperti del Museo.

Daniela Ventrelli, Archeologa, Dipartimento Turismo, Economia della Cultura e Valorizzazione del Territorio, Regione Puglia, racconta:

Il Vaso di “Fineo” e Brighella!

Come avrebbe trascorso le sue giornate Giovanni Jatta senior, se oggi fosse in quarantena?

Già nei lunghi inverni napoletani, il giureconsulto ruvese si dilettava nell’interpretazione di ciò che vedeva raffigurato sui vasi che collezionava e che faceva restaurare a Napoli da don Aniello Sbani.

Nei primi giorni del dicembre 1827, in uno degli scavi (autorizzati) condotti in un fondo di loro proprietà a Ruvo, i fratelli Jatta ritrovarono il noto cratere lucano a figure rosse, con la raffigurazione del mito di Fineo.

Il vaso è stato attribuito al Pittore di Amykos, che operava nella colonia achea di Metaponto, e si data alla fine del V secolo a.C.

Sul corpo del vaso è rappresentata una scena figurata che si svolge senza soluzione di continuità, con il racconto della storia che provocò al re di Tracia, Fineo, la cecità, la visita quotidiana e terribile delle Arpie, e l’intervento dei boreadi Zete e Calaide, che riuscirono a liberarlo definitivamente da quel supplizio.

La scena era ispirata quasi certamente ad un passo del II libro delle Argonautiche di Apollonio Rodio (vv. 170-535), che il pittore, per una serie di inequivocabili dettagli iconografici, mostra di conoscere alla perfezione:

Non ebbe alcun ritegno nemmeno a rivelare agli uomini precisamente il sacro pensiero del figlio di Crono. E perciò il dio gli assegnò una vecchiaia lunghissima, e gli tolse la dolce luce degli occhi e non gli permise di gustare i molti cibi che gli portavano a casa i vicini, chiedendogli una profezia; perché piombando attraverso le nuvole, le Arpie glieli strappavano sempre dalle mani e dalla bocca coi loro rostri e talvolta non gli lasciavano nulla, talatra pochissimo cibo, perché continuasse a vivere e soffrire. Però vi spargevano un odore schifoso e nessuno poteva non solo portarlo alla bocca, ma sopportarlo da lontano, tale fetore esalavano i resti del pranzo (Apollonio Rodio, II, 180-193).

Il cratere della Collezione Jatta desta, da subito, ammirazione e interesse fra gli archeologi e i collezionisti di antichità dell’epoca. Dal Journal des Savants, agli Annali dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica di Roma, al Bullettino Archeologico Napoletano, studiosi del calibro di Minervini, Cavedoni, il Duca di Luynes e Raoul Rochette, si sfidano a colpi di notizie e interpretazioni sul vaso Jatta. Ma questo era ben chiaro a Giovanni Jatta, sin dall’inizio.

Il 15 dicembre del 1827, in una lettera al fratello Giulio, scrive che durante il restauro ricevette moltissime visite di antiquari napoletani, che azzardavano le interpretazioni più diverse. Racconta che “tali buffonerie” lo divertivano enormemente, ma conclude che l’unica risposta possibile era nelle fonti antiche, da lui già individuate. Il vaso glielo avrebbe spiegato lui al fratello, il suo “Brighella”!

Pensiamoli così i due fratelli Jatta in quarantena, a scriversi lettere e a parlare dei loro vasi, come noi oggi cerchiamo di farli rivivere attraverso questi piccoli racconti.