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Dantedì: dialogo tra Dante e Manfredi

25 Marzo 2020

E un di lor incominciò: “Chiunque
tu se’, così andando, volgi il viso:
pon mente se di là mi vedesti unque”
Io mi volsi ver lui e guardai il fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
Quand’io mi fui umilmente disdetto
D’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;
e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.
Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Purg. c. III, v. 103 – 113)

Già presente nel De Vulgari Eloquentia (I, XIII,4) e indicato insieme al padre Federico II come uno degli ultimi principi italiani, Manfredi di Svevia torna ad essere celebrato nel III canto del Purgatorio, dove Dante e Virgilio incontrano le anime degli scomunicati. I versi esaltano i valori cortesi e la dinastia sveva, depositaria nel Duecento dell’idea di Impero, istituzione portatrice di ordine e giustizia e, secondo Dante, di pari dignità rispetto al papato.

Al nome di Manfredi è legato quello della città di Manfredonia, da lui fondata nel 1256 dopo il trasferimento degli abitanti da Siponto a causa dell’impaludamento dell’area. Un paesaggio che è sempre stato condizionato dalla presenza dell’acqua e della laguna sin dall’età preistorica, che presto verrà raccontato nel nuovo progetto di riallestimento del Museo nazionale archeologico di Manfredonia.